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lunedì 15 dicembre 2008

L'Irlanda non è più lontana.

L'aiuola odorosa è zuppa. Questa pioggia interminabile ne ha spugnato i cespugli, affogato radici, piegato fusti. I poveri fili dell'erba cipollina se ne stanno smosci e tristi, come un toupet sotto l'acquazzone; la menta ha perso ogni foglia; il rosmarino mostra un verde che non è il suo. Non si ha voglia di uscire neanche in giardino, persino Penelope gratta con la zampa la porta-finestra e guaisce un 'lasciatemi entrare e prendere possesso per tutto il giorno di quella brandina s'il vous plait'. Sommy se ne sta concentrato su un nuovo tecno-acquisto, Packard Bell Studio, un piccolo cofanetto nero e lucido mostruosamente giga-capiente su cui scaricare film, foto, musica, una sorta di archivio multitasking da collegare ovunque: tv, pc, hi-fi.

Io non mi fermo un attimo, sono presa dal momento di iper-attività casalinga, ma non c'è da preoccuparsi, sono crisi temporanee. Intanto penso al pranzo, mi gira in testa quel brodo di coniglio che consiglia papavero , il coniglio c'è. In frigo ho anche degli spinaci freschi, mi manca un primo, spinaci spinaci spinaci, ho trovato: l'Irlanda non è più lontana!




Mi rendo conto che citare la fonte delle ricette è indispensabile, ma l'autore di questa vellutata non me ne vorrà se proprio non riesco a ricordare: sono passati 18 anni. L'Irlanda non è più lontana fa parte di quelle ricette prescelte, selezionate da me e la mia amica Ti, prima di partire per l'università. A 18 anni la terna nome-colore-foto ha fatto sì che ce ne innamorassimo a prima vista e fu subito appuntata su un foglio a righe azzurro, in un raccoglitore di Snoopy, che di certo giace ancora da qualche parte, nel mio appartamento. Non seguo la ricetta alla lettera, mi affido a memoria e ispirazione: spinaci, patate, cipolla, sedano, carota. Come un brodo vegetale, a cui dare un bel brivido horror da Minipimer.

Ma ritorniamo al coniglio. Poiché il potage passé gli ha rubato l'entrata, abbandono l'idea del brodo (riservandomelo per altra occasione). Mi serve vestirlo per bene e dunque decido così:

1 mazzetto guarnito delle poverine che meglio stanno reagendo: salvia, timo, rosmarino, alloro


1 bella cipolla dorata tagliata a rondelle larghe (se vi piace il sapore e la consistenza della cipolla in salsa, non esitate a utilizzarne due)

pepe verde in salamoia

lambrusco (o vino rosso, ma perché no anche bianco, che avete a disposizione)

sale e pepe

Ho fatto una cosa che non faccio mai: ho usato il burro invece dell'olio extra vergine d'oliva. Non so cosa mi sia preso, certe azioni - a gente del Tropico come me - assicurano la dannazione eterna. Un bel pezzo di burro in cui far appassire la cipolla con il mazzetto guarnito, messo lì e via. Ho aggiunto da subito il pepe verde in salamoia e, quando il tutto ha legato a dovere, ho adagiato i pezzi di coniglio precedentemente infarinati. Li ho lasciati insaporire a fuoco vivace, e bagnati con il lambrusco a far evaporare, ma non completamente. Salati, pepati e dopodiché coperti. Che profumo alzando il coperchio e che bella consistenza questo condimento che colora tutto di un incredibile rosso-blog-aiuola.



Il profumo inconfondibile delle aromatiche ha prontamente sollecitato Sommy, che di rimando ha dato spazio ad altro bouquet, stappando questo vino dal nome evocativo quanto la sua etichetta: Promenades en Val de Loire 2005 - Bouvet Ladubay. Il pranzo è proceduto tranquillo, non è mancata una scarpetta degna di nota, praticamente tuffata in quell'intingolo portentoso che il coniglio e gli altri ingredienti hanno generosamente prodotto.

Tentiamo di lasciar il palato 'a casu (al sapore di formaggio), come ci insegna il proverbio, con un pecorino crotonese di cui siamo prede, ma non ci riusciamo perché qualcosa di superiore ci attende:




ficu 'ccu mele 'e ficu

martedì 2 dicembre 2008

Tepore, sapore, valore.


Spero proprio che i miei "scaldacuore" non vi abbiano già annoiato, perché l'inverno è lungo e io ho appena iniziato con passati, minestrine e consommè. Il brodo, poi, che toccasana per mens e corpus.
Il suo tepore: vapori aromatici che avvolgono, le lenti che si appannano man mano che il cucchiaio si avvicina.
Il suo sapore: l'orto sul palato, sentore di tuberi, di verdure, di sali minerali.
Il suo valore: sollievo nelle malattie da raffreddamento e azione sul sistema nervoso centrale.

Tutto è partito dall'idea del brodo e da una fesa di tacchino che se ne stava in frigo da due giorni. In pentola, mi sono detta, e in pentola è finito il tacchino, insieme a:
carote
sedano
prezzemolo
patate
cipolla

Come si fa un brodo, lo sapete bene. Vorrei solo aggiungere che il brodo di fesa di tacchino è estremamente magro, lo vedete, garantisce gli apporti nutritivi ed assicura al tempo stesso totale digeribilità e leggerezza.
A fine cottura ho diviso la fesa in due parti. Una l'ho ridotta in tocchi speziati (pepe nero e bianco) per questa Turkey Soup dall'aria un po' orientale. I tocchetti sono ritornati nel buon brodo con le verdure di cottura a cui avevo aggiunto, dopo aver tolto la carne, poche foglie di spinaci freschi e un filo d'olio extravergine d'oliva.



L'altra l'ho lasciata intera, fatta raffreddare e conservata in frigo: per un' insalata o, meglio ancora, pronta da affettare per uno dei miei sandwiches preferiti.

mercoledì 12 novembre 2008

Stivali und conchigliette.


Voi ve lo ricordate in che giorno dell'anno precedente avete cominciato ad indossare calze e stivali? Io sì: 20 ottobre 2007. Non vi stupite, vi prego, non l'ho segnato sul calendario. Me lo ricordo bene perché calze e stivali significano per me l'inizio dell'inverno, una stagione che mi comprime, mi mette a terra, una stagione che mi contrae perennemente i muscoli tra capo e collo, che mi spegne il colorito.

Oggi è quel giorno. Stamattina, di buona lena, ho ripreso collant e stivali e sono uscita di casa per andare, preparata, incontro al freddo. Ho fatto finta di niente per tutta la giornata, ma tornata a casa non ho potuto ignorare oltre il mio disappunto e mi sono messa ai fornelli: urgeva qualcosa di molto confortevole. Ne è venuto fuori che le conchigliette sposano alla perfezione la vellutata di zucca e che stemperano il malumore,... nonostante si calzino stivali.

lunedì 20 ottobre 2008

Orzo in zuppa di porri e carote.

Pare che la diffrenza tra zuppa e minestra consista nel fatto che la prima richieda, rigorosamente seco, la presenza del pane tostato o fritto. Mi accorgo, dunque, di aver titolato impropriamente il mio pasto di stasera, poiché è evidente che, ahimé, non ho pensato al pane bruscato.
In ogni caso questa minestra si è rivelata ugualmente gustosa, un vero toccasana per la mia aura irritata dagli agenti orticanti, tipici di una giornata antipatica come il lunedì.
Io proprio non lo sopporto il lunedì, mi brontola dietro già di prima mattina, mi sprona come fossi un cavallo, rivendica per sé nuove risorse e ricaricate energie. Così io, in quanto cavallo, mi imbizzarrisco, scalcio, ciondolo la coda per levarmelo di torno, acenno un nitrito ma poi desisto... per pudore, per non attirare l'attenzione, è già abbastanza imbarazzante per un equino andare in giro in superga e shopping bag!

Per la minestra, per 2 persone:
2 porri
2 carote
2 patate
2 pugni di orzo a testa

Mentre, in acqua bollente e con un filo d'olio evo, cuocete gli ortaggi tagliati a rondelle e cubetti, a parte preparate l'orzo, buono e veloce anche in pentola a pressione. Quando le verdure son cotte, immergete per qualche secondo il minipimer e date tre o quattro frullate in modo che acquisti maggiore cremosità. Regolate di sale, aggiungete l'orzo e lasciate alla minestra il tempo necessario affinché il cereale prenda sapore e profumo di porro e compagni. La consistenza sceglietela voi, a me piace cremosa un bel po', ma tanti la preferiscono più lunga di brodo. Servite in ciotola con rondelle di porro, una spolverata di pepe nero e un giro d'olio extra vergine d'oliva.
Se volete farne zuppa, be'... l'ingrediente segreto ormai lo conoscete.

minestra e/o zuppa, per me pari sono!
è il caldo a lenire
è il sapore ad invadere
è il vegetale a profumare
è il cereale a nutrire
è il buono che cura!

lunedì 29 settembre 2008

L'altra domenica.

Non so voi, ma io ho un concetto di domenica vergognosamente ozioso e scansafatiche. I miei amici, infatti, mi ammoniscono puntualmente, muovendomi la critica del "... ma aiuola, avrai tempo per riposare". Io ci rifletto e mi chiedo "sì, ma quando?"
La verità è che mi piace tanto fare il ghiro la domenica, trovare cavità casalinghe in cui acciambellarmi: un angoletto del divano, la poltrona antidiluviana dello studio, persino il rimedio tappeto-cuscini può rivelarsi un cantuccio niente male.


Perciò, ieri, io e Sommy ce ne siamo rimasti a casa, in barba a probabili gite e itinerari.
Casa e giardino hanno richiesto due orette di attenzione, concesse con magnanimità, dopodiché ci siamo dedicati al pranzo.
Creiamo un menù? Certo.
A cui diamo anche un nome! Sicuro.
Benissimo, per la domenica nell'aiuola proponiamo il menù: arrivederci estate, benvenuto autunno.

Per salutare l'estate un antipasto che ho denominato i ponti di Madison County: verdure grigliate aromatizzate alla menta e peperoncino; spaccatella di pomodoro San Marzano al fleur de sel de Guerande; formaggio feta con filo di olio all'aglio e pepe nero; pannocchietta al vapore passata in burro danese leggermente salato.




Per dare il benvenuto all'autunno la zuppa di legumi: orzo, farro, ceci, fagioli cannellini, lenticchie, piselli. I legumi, in miscela secca, sono stati messi a bagno la sera prima in acqua, con un pizzico di sale. Sono stati accolti da un soffritto di carote, cipolla, prezzemolo e guanciale, l'insieme poi sfumato con tre dita di vino lambrusco. Per favorire cremosità sono state aggiunte due piccole patate tagliate in tocchi, che andranno a consumarsi lentamente. A dieci minuti dalla fine della cottura sono stati "fatti odorosi" con alloro, rosmarino e timo freschi. Con le stesse erbe si è provveduto a decorare la zuppa in piatto.

Per rimanere neutrali e non lasciar trasparire preferenza alcuna rispetto all'una piuttosto che all'altra stagione, la terza portata è stata un evergreen, un passepartout, un super partes: bistecca fiorentina. "Massaggiata" con filo di olio extra vergine d'oliva, fleur de sel e pepe nero, di poi cotta su strumento testo in ghisa, che Sommy ha avuto cura di mettere su fiamma 30' prima. Cottura al sangue: 2' da un lato e 3' dall'altro. Come vedrete non v'é traccia visiva del risultato, poiché la concentrazione sulla terza portata non ci ha consentito distrazioni di sorta.



In abbinamento: San Medìn 2004 - 25° anniversario. Miguel Torres. Chile.

Dessert non servito... In sua vece tutta la gradevolezza di un pomeriggio domestico e tranquillo.


Nota: Sommy mi costringe a mettere nero su bianco il suo dissociarsi dalla pubblicazione dell'ultima foto, laddove l'inedita opacità del ballon, rivelata dalla luce sullo sfondo, è condizione per lui inaccettabile.
hi hi hi ... ;D